Il racconto di Giovanni Signaroli, detto Proana, appartiene alla memoria popolare di Botticino e San Gallo. La sua figura è ricordata attraverso testimonianze orali, racconti di famiglia e riferimenti storici locali.
Quella di Proana è una vicenda in cui si intrecciano storia, cronaca, leggenda e tradizione popolare: un uomo vissuto nell’Ottocento, coinvolto nei fatti delle Dieci Giornate di Brescia, ricordato poi per una vita avventurosa, per le sue fughe, i suoi nascondigli e i racconti tramandati attorno al suo nome.
Giovanni Signaroli, detto Proana, nacque a Botticino Sera il 31 marzo 1818. Suo padre, Antonio Signaroli, si era sposato con Angela Fontana il 19 febbraio 1817. La famiglia abitava in via Barbato, a Botticino Sera, e lavorava un appezzamento di terreno a mezzadria.
Il 4 febbraio 1842 Giovanni Signaroli sposò Caterina Busi, nata il 3 aprile 1824. Dal matrimonio nacquero diversi figli, tra cui Pietro Giacomo, Angela, Pietro, Maria Luigia e Angelo, padre di Fulvio Signaroli.
Proprio Fulvio Signaroli, residente a Brescia in Contrada del Mangano, era ricordato come nipote di Giovanni Signaroli detto Proana.
La storia di Proana è stata tramandata attraverso fonti orali e scritte. Tra le testimonianze orali vengono ricordati i racconti della nonna paterna Giacomina, nata nel 1881, e del padre Benedetto, nato nel 1905.
Tra le fonti scritte viene ricordato anche don Gallotti, nel volume “Botticino nei secoli”.
Questo racconto, quindi, non è soltanto una biografia, ma anche una memoria popolare: un insieme di fatti, ricordi, episodi tramandati e racconti che nel tempo hanno contribuito a creare la figura leggendaria del Proana.
Secondo la tradizione, Giovanni Signaroli partecipò ai moti patriottici contro gli Austriaci durante le Dieci Giornate di Brescia.
Si racconta che, al passaggio di don Pietro Boifava con alcuni uomini provenienti da Serle, sopra il Finilazzo, Proana si trovasse a tagliare legna. Invitato a unirsi a loro, avrebbe smesso il lavoro e, caricata la scure sulle spalle, li avrebbe seguiti senza indugio.
Da quel momento la sua figura entrò nei racconti legati alla resistenza, alla fuga, alla vita nei boschi e alle vicende popolari del territorio tra Botticino, San Gallo e la Maddalena.
Dopo i fatti delle Dieci Giornate, Proana sarebbe stato braccato dai gendarmi. Secondo la tradizione, trovò rifugio insieme ad altri compagni in una grotta situata sul versante orientale del monte Maddalena.
Da quel nascondiglio, di notte, scendeva verso San Gallo e i paesi vicini. Attorno a queste scorribande nacquero molti racconti popolari, alcuni legati a furti, inseguimenti, stratagemmi e fughe rocambolesche.
Uno dei racconti più curiosi riguarda una località sopra San Gallo, dove sorgeva una casa contadina abitata da due vecchi fratelli, Angelo e Andrea. La gente del paese chiamava quel luogo Pisca.
Secondo il racconto tramandato, Proana aveva molti sostenitori tra la povera gente, perché parte di ciò che sottraeva ai ricchi veniva poi donato ai più poveri.
Quando i gendarmi salivano verso San Gallo per cercarlo, qualcuno saliva su un albero e gridava forte:
“Pisca, pisca, pì…”
Ripetuto più volte, quel grido sembrava diventare:
“Scapì, scapì…”
cioè:
“Scappate!”
In questo modo Proana e i suoi compagni sarebbero riusciti più volte a fuggire e a nascondersi nella grotta.
Secondo la memoria popolare, Proana e i suoi compagni erano armati di archibugi e vecchi fucili ad avancarica, forse recuperati durante i combattimenti contro gli Austriaci.
Si racconta anche che avessero imparato a preparare la polvere da sparo. Proana avrebbe pestato carbone in un incavo della roccia, mescolandolo con zolfo e salnitro. Ne usciva una polvere nera molto fumosa, più utile a creare confusione che a fare danno.
Un episodio tramandato racconta che, trovandosi davanti ai gendarmi, Proana sparò un colpo sopra le loro teste. L’esplosione provocò un fumo così denso che, quando si diradò, Proana era già scomparso.
Molti racconti popolari ricordano le sue fughe.
Una volta, inseguito dai poliziotti, sarebbe riuscito a saltare nel Naviglio e a rifugiarsi sull’altra riva, facendo poi perdere le proprie tracce.
Un’altra fuga sarebbe avvenuta durante una detenzione a Genova. Secondo il racconto, Proana riuscì a introdursi nel tubo di scarico della latrina, che sfociava in uno specchio d’acqua corrente, e da lì scappò.
Si racconta anche che, quando c’era la neve, usasse un trucco particolare: calzava le scarpe al contrario, con il tacco verso la punta dei piedi, così da confondere chi seguiva le sue impronte.
Dopo il 1859 Proana sarebbe tornato al suo paese e alla sua famiglia. Ormai anziano e inabile al lavoro, si ridusse a vivere di piccoli lavori e di elemosina presso parenti e conoscenti.
La tradizione ricorda anche un suo ritornello, cantato quando si presentava sotto il portico di qualche casa contadina con il cappello in mano:
“Fate la carità al povero Proana,
che ha sempre fatto tutto alla puttana.
In tanti anni ha fatto niente di buono,
ma molti danni.”
È un canto popolare duro e ironico, ma proprio per questo significativo: racconta come la figura di Proana fosse rimasta viva nella memoria della gente, tra giudizio morale, curiosità, paura e leggenda.
Giovanni Signaroli detto Proana resta una figura difficile da definire. Fu patriota, fuggiasco, bandito, personaggio popolare, protagonista di racconti tramandati per generazioni.
La sua storia appartiene al territorio di Botticino e San Gallo, ai boschi della Maddalena, alle case contadine, alle paure e alle memorie dell’Ottocento.
Oggi il suo nome sopravvive soprattutto nei racconti popolari: una memoria locale in cui storia e leggenda continuano a camminare insieme.