Non so da quanto tempo ci sto pensando, di scrivere un po’ di storia del tempo che fu. Può darsi che serva ai giovani come ricerca culturale, perché sono inseriti fatti e luoghi storici reali. 1° ottobre 1939 – primo giorno di scuola. La scuola era una costruzione nuova, eretta vicino alla chiesa. Stessi compagni dell’asilo, con la differenza che nella quarta classe c’erano degli alunni nati nel 1928 — ripetenti, molto duri di comprendonio. Ma non era tutta colpa loro: a casa dovevano fare i più svariati lavori — dal lavoro nei campi al pascolo delle mucche, dal taglio della legna nei boschi al trasporto del letame nei campi con il gerlo, dal tagliare l’erba con la falce al portare il grano al mulino a macinare, dal far scendere dal monte la legna con la teleferica al raccogliere le castagne sul monte Paina. E così… addio compiti a casa!
A scuola le classi erano miste: prima e seconda, terza e quarta. Massima severità — altrimenti, scappellotti! Tre quadri mi hanno colpito la fantasia: erano appesi sopra la cattedra della maestra — il Papa in mezzo, ai lati Benito Mussolini e Vittorio Emanuele III, Re d’Italia. Avevamo la cartella (una borsa di cartone). Il contenuto era semplice: il sillabario, un quaderno a righe, uno a quadretti, una matita e una penna con il pennino (il calamaio si trovava nel banco). Un lusso, se avevamo i gessetti (sette colori)! Il problema erano gli zoccoli: di legno. Quando si consumavano, mio padre metteva sotto dei rinforzi ricavati dai barattoli di latta. Così, quando il viottolo era gelato, andavo spesso a gambe all’aria! A scuola, in inverno, un freddo cane: una stufa a legna per ogni aula di due classi. La bidella (zia Tine) le accendeva già alle sette, ma la legna era umida e faceva un fumo da sembrare una bolgia infernale. Conseguenza: porte aperte e freddo! Sotto gli zoccoli restava sempre un po’ di fango, e così un giorno, mentre la maestra si era momentaneamente assentata, un nostro compagno cominciò a levarsi dei pezzettini di fango dagli zoccoli e iniziò un tiro al bersaglio contro il quadro di Benito Mussolini. Arriva la maestra e trova il quadro imbrattato di fango… naturalmente, nessuno era stato!
Spaventata, chiama la bidella e lo fa pulire subito: se le autorità lo avessero scoperto, il colpevole sarebbe stato espulso dalla scuola! Che dire di quel periodo? Per raccontare gli avvenimenti della Seconda guerra mondiale bisognerebbe scrivere un libro a parte. Mi limiterò a narrare i fatti che più mi sono rimasti impressi nella memoria.
Mio padre lavorava sotto la TODT a Ghedi, una ditta pagata dai tedeschi. Partiva il lunedì mattina e tornava a casa il sabato sera, così noi rimanevamo soli con mia madre. Era il periodo buio della guerra, il ’41–’42: poco cibo, pochi vestiti. Per fortuna c’erano i nonni, materni e paterni, che ci davano qualche scodella di tagliatelle o un po’ di latte per i miei fratelli (io non l’ho mai potuto sopportare).
Riscaldamento? A casa avevamo una stufa di cemento, però le porte erano rotte e così il caldo usciva e l’aria fredda entrava. Per fortuna, nelle lunghe sere, c’era la stalla della nonna Teresa – bella calda – riscaldata dalla Baghi, una mucca magra ma con un grosso pancione; poi c’erano la pecora, il maiale e qualche coniglio. A volte eravamo in quindici, compresa la nonna e le ragazze da marito, che venivano sorvegliate a vista da lei.
Mi ricordo che una sera entrarono due giovani vestiti in modo strano: avevano dei giubbotti color cachi e scarponi da montagna. Io e mio cugino notammo che sotto il giubbotto avevano la pistola e delle bombe a mano: erano due partigiani! Mia nonna, terrorizzata, ci impose il silenzio assoluto. Se i fascisti li avessero scoperti, avrebbero incendiato la casa (loro venivano per vedere le ragazze).
C’era il coprifuoco e bisognava tappare tutte le finestre perché non trapelasse la luce, altrimenti passava “Pippo” – una cicogna tedesca che mitragliava e sganciava bombe leggere. Ogni tanto arrivavano delle camionette di fascisti e tedeschi a fare rastrellamenti, arrestando tutti coloro che si trovavano nei campi o nei boschi a tagliare legna; li portavano a Botticino, al palazzo comunale, per essere identificati, trattenuti o rilasciati.
Questa storia dei rastrellamenti era iniziata con la liberazione del Duce dal Gran Sasso e il suo trasferimento a Salò, per ordine di Hitler. Da lì è iniziato il movimento per liberare l’Italia dai nazifascisti.
Questa è una storia che meriterebbe un capitolo a parte, per sottolineare i sacrifici, le torture e le uccisioni dei nostri valorosi giovani che si sono sacrificati per donare al popolo italiano la libertà.
Mi limiterò solo ad accennare alcuni episodi che meritano di essere tramandati ai posteri.
E così successe tutto dopo l’8 settembre, dopo la disfatta dell’esercito italiano: molti giovani si dettero alla macchia per non entrare nella neonata Repubblica di Salò, formando le famose brigate partigiane.
Dalle nostre parti operavano la 122ª Brigata Garibaldi e le Fiamme Verdi: la prima nella Val Trompia (Monte Sonclino), la seconda nella Valle Sabbia (Corna Blacca, Le Pertiche).
A San Gallo c’erano sostenitori della Brigata Garibaldi. Un giorno vennero a nascondere le armi sotto la legna, proprio dove abitavamo noi; solo mio padre ne era a conoscenza. Durante un rastrellamento, avvenuto in gennaio, qualche repubblichino propose di accendere un fuoco e prendere un po’ di quella legna: a mio padre si rizzarono i capelli, ma per fortuna un ordine di spostarsi li fece desistere.
Questo fatto me lo raccontò mio padre a guerra finita. Per molto tempo dopo conservò nascosta nel muro una pistola tedesca, che nel 1960 io stesso, tramite una persona fidata, feci consegnare al maresciallo dei Carabinieri di S. Eufemia.
Nel febbraio del 1944 i mitragliamenti alla stazione di Rezzato erano all’ordine del giorno. I caccia arrivavano da Bologna o dalla Toscana in gruppi di quattro o cinque, scendevano in picchiata sopra i vagoni carichi di munizioni mitragliando a tutto spiano, poi risalivano in quota rapidamente. Allora entrava in azione la contraerea tedesca con cannoni e mitraglie pesanti.
Un giorno, mentre noi ragazzi assistevamo al bombardamento, vedemmo un caccia americano che, con la coda fumante, si diresse verso il Monte Paina. Arrivato sopra il Dosso Grande, il pilota si lanciò col paracadute, mentre l’aereo si schiantò sotto il paese di Castello di Serle! Il pilota, sceso a San Gallo, fu accompagnato da un giovane del paese verso il Monte Sonclino, dove operava la 122ª Brigata Garibaldi.
Una notte mio padre mi svegliò: «Vieni a vedere i bengala sopra la Maddalena». Io non sapevo cosa fossero. Quando alzai lo sguardo vidi come dei lampioni sospesi nel cielo: erano stati lanciati dagli aerei americani per illuminare la zona da bombardare (in quel caso Brescia).
Uno di questi, non aprendosi il paracadute, cadde sopra la casa di Pisca, in mezzo ai detriti di roccia. Pisca, svegliato dal rumore, corse sul posto e, con una lunga pertica, cercò di rimuoverlo; l’ordigno s’incendiò e cominciò a fare un rumore infernale, costringendolo a scappare a gambe levate.
Durante l’estate del 1944 le incursioni e i bombardamenti erano quasi quotidiani, anche di notte. Dalla casa dove abitavo si vedeva un buon tratto di pianura e, nelle giornate limpide, perfino gli Appennini (che mio padre chiamava “le montagne di Parma”).
Una notte fummo svegliati dal rombo degli aerei che scendevano in picchiata a mitragliare il campo
d’aviazione di Ghedi e la polveriera vicina; sotto, la contraerea tedesca cercava di abbatterli: sembrava l’inferno.
Mia madre, piangendo, diceva: «Vedete bambini, vostro padre è là sotto quel fuoco... preghiamo la Madonna che lo protegga». Era il periodo in cui lavorava a Ghedi, sotto la TODT.
Lo aspettavamo con ansia il sabato sera, perché ci portava una grossa pagnotta di segale e qualche caramella! Una volta, tornando a casa lungo il sentiero che s’inerpicava verso il paese, vide in un boschetto una lepre. Arrivato a casa, andò a prendere il fucile che nascondeva sul solaio (in tempo di guerra non si poteva tenere) e ritornò sui suoi passi.
La lepre era ancora là: con un colpo la uccise, e così fu per noi una grande festa, con la pastasciutta fatta con il salmì di lepre – prima, infatti, mangiavamo salmì di gatto (ecco perché i topi saltavano sul letto!).
Ma il fatto più doloroso, che ha lasciato un solco profondo nella mia memoria, è stata l’uccisione da parte dei fascisti di tre partigiani della 122ª Brigata Garibaldi.
Era la mattina del 28 ottobre 1944, piovosa e nebbiosa. Improvvisamente, sul Monte Fratta, si udirono raffiche di mitraglia accompagnate da grida di dolore. Dopo l’atto criminale, un gruppo di repubblichini scese a San Gallo e chiamò il parroco, Don Leopoldo Gaffuri, dicendogli: «Vada su alla Fratta, ci sono dei morti da benedire».
Le prime ad accorrere sul posto furono alcune ragazze di San Gallo: Margherita, Rosa, Santina e Lucia.
La Santina raccontò poi che una di loro si inginocchiò davanti ai cadaveri dei tre giovani e cominciò a pregare.
Verso sera, un gruppo di uomini e donne di San Gallo salì alla Fratta e, con delle barelle, trasportò i corpi nella chiesetta del cimitero, dove alcune donne pietosamente li lavarono dal sangue e li ricomposero.
Due giorni dopo furono seppelliti, senza bara, nel cimitero di San Gallo.
Il muro del cimitero che guardava verso sud era crollato la vigilia di Natale del 1943 per un forte vento; pertanto, i compagni dei partigiani trucidati non ebbero difficoltà a entrare e deporre una corona di fiori con la scritta: “Sarete vendicati!”
Mio fratello Angelo nacque il 1° gennaio 1939. Pertanto, quando ci trasferimmo nel vecchio cascinale denominato I Tagliane, aveva circa otto mesi.
Ricordo che la nonna Teresa mandava tutti i giorni un pentolino di latte tramite mio zio Giacomo, che passava al mattino presto per recarsi al lavoro in cava.
Io non ho mai potuto soffrire il latte, perciò ne traevano vantaggio mia sorella Luigina e Angelo, che, a mo’ di sfida, venivano a sorbirlo davanti al mio naso, facendomi arrabbiare.
Nel 1940 morì il mio bis nonno (nonno di mia madre). Mi ricordo ancora la bara di assi appena piallate: il nonno era dentro con le braccia incrociate e indossava giacca e pantaloni di fustagno. Sul fondo della cassa c’erano i trucioli del legno derivati dalla piallatura delle assi.
Il cugino di mia madre, che si chiamava Santo come il nonno morto, mi disse: «Dai un bacio al nonno, perché dopo non lo vedrai più». Io obbedii e gli diedi un bacio sulla fronte, rimanendo turbato dal freddo che mi trasmise alle labbra. Molto più tardi ho capito perché la morte è fredda.
Proseguo ora con i fatti avvenuti nel 1944, dopo l’uccisione dei tre partigiani alla Fratta. I partigiani della 122ª Brigata Garibaldi si organizzarono e tennero contatti anche con le Fiamme Verdi, che operavano in località Tesio (vicino a Serle).
Lì, pare, nacque l’accordo per mandare uno di loro a rendere giustizia ai tre compagni uccisi il 28 ottobre.
Sicuramente non era del posto e forse neppure italiano – pare fosse un partigiano di origine cecoslovacca.
Colui che doveva essere giustiziato era un guardaboschi di Botticino Mattina, che aveva fatto la spia indicando il luogo dove erano alloggiati i partigiani.
Infatti, la mattina del 5 dicembre 1944, ancora buio, dalla casa dove abitavo si sentì una raffica di mitra proveniente dalle case di via Sott’Acqua, a Botticino Mattina. Mia madre subito intuì: «Ecco, hanno ucciso la guardia».
Penso che fosse al corrente delle intenzioni dei partigiani di vendicare i loro compagni caduti per la libertà.
Mentre era nel gabinetto di frasche, il guardaboschi fu raggiunto da una raffica di mitra e fece appena in tempo a rientrare in casa, dicendo: «Chiamatemi il prete, sto per morire!»
Questo accadde nel 1944. Ritornerò sull’argomento in altri capitoli.
Brescia, gennaio 2014
San Gallo ora si presenta come un paese sparso lungo una strada pianeggiante.
Le case, tutte rifatte a nuovo e dotate di servizi igienici interni, non assomigliano più a quelle vecchie case contadine costruite verso la seconda metà del Settecento.
Un lungo porticato sulla facciata al piano terreno, un loggiato al primo piano; all’interno del porticato, sulla destra, c’era la cucina, mentre sulla sinistra la stalla.
Sopra la stalla si trovava il fienile, con un buco di circa ottanta centimetri che collegava la stalla: serviva per far scendere il fieno nella greppia.
All’interno del loggiato c’erano due camere.
Vorrei soffermarmi a descrivere le funzioni del porticato negli anni Trenta e Quaranta, dove ogni giorno arrivavano i personaggi più strani e il nonno sovrintendeva a tutte le operazioni, dando a tutti saggi consigli.
Un lungo tavolato sostenuto da due cavalletti in legno era l’unico arredamento.
Ma chi erano questi personaggi che passavano o si fermavano sotto questo portico?
Ogni giorno c’era un accattone che cercava la carità: quello del lunedì si riconosceva dal cattivo odore che emanava; quello del mercoledì da come era vestito — giacca a brandelli, pantaloni con pezze di vari colori — e aveva una bisaccia unta e bisunta (chissà cosa conteneva).
Poi arrivava quello del venerdì, con un paio di zoccoli che facevano un rumore dal ritmo particolare, forse per farsi sentire mentre arrivava.
La mia nonna paterna aveva sempre in serbo qualcosa da dare loro: un uovo, un paio di mele o qualche centesimo.
Recitavano sempre una preghiera quando arrivavano sotto il portico.
Periodicamente arrivavano anche i frati cercatori: avevano una bisaccia doppia sulla spalla, dello stesso colore del saio che indossavano. Anche a loro mia nonna donava qualcosa, soprattutto un po’ di noci — forse perché aveva sentito raccontare dal nonno il famoso episodio del “miracolo delle noci” tratto dai Promessi sposi.
Gli altri personaggi che esercitavano su di me un fascino particolare erano coloro che facevano i mestieri più vari.
Il signor Agostino (chissà perché lo chiamavano così) faceva lo straccivendolo: era vestito in modo strano, con le fasce militari alle gambe come i fanti della Prima guerra mondiale, pantaloni unti e bisunti e una giubba militare tutta sbrindellata.
Mangiava tutto ciò che per noi non era commestibile: latte andato a male, mele marce, uccellini con le penne, lardo rancido e altre porcherie.
Tant’è vero che una volta gli venne una dissenteria talmente forte che non fece in tempo a calarsi i pantaloni e fu costretto a lavarli nel ruscello, rimanendo in mutande in un fienile finché non si asciugarono.
Il signor Battista, invece, era un calzolaio ambulante.
Si portava sulle spalle il suo deschetto e andava di portico in portico ad aggiustare scarpe e ciabatte.
Santo aveva sei anni più di me ed era il cugino di mia madre. Era lui, dopo mio nonno, che mi costruiva dei giocattoli di legno: piccole trottole o carrettini con fili di ferro e ruote di legno che lui chiamava “caratine”.
Era l’ultimo di sette fratelli. Suo padre, lo zio Giacomo, faceva il carrettiere; anche suo nonno Santo era carrettiere, e la sorella dello zio Giacomo — che chiamavano la zia Mora — faceva la carrettiera. Poi, non so per quale motivo, entrò in un convento di clausura a Brescia.
Per capire meglio le caratteristiche di questo mestiere, mi soffermerò su alcuni particolari importanti.
Anzitutto, chi possedeva dei muli acquistava anche un carretto adibito al trasporto di legname, derrate alimentari e prodotti locali da portare al mercato di Brescia: uva, fieno, mele, amarene, eccetera.
Chi possedeva un biroccio trasportava anche persone, oppure lo mandavano a prendere la levatrice quando un parto si presentava difficile; altrimenti si arrangiavano le donne del paese.
Mi raccontava mia madre che, nel gennaio del 1944, essendo imminente il parto e trovandosi sola in casa, volle andare da mia nonna (sua madre), che abitava a circa cento metri da casa nostra. La nonna era andata a messa e lei fece appena in tempo a salire in camera e a prendere in mano mia sorella che stava nascendo; altrimenti, la bambina avrebbe battuto la testa sul pavimento con il rischio di rimanere uccisa!
Ma torniamo al nobile mestiere del carrettiere, che praticavano i miei antenati.
Negli anni Venti, Trenta e Quaranta, questo zio di mia madre possedeva due mule — si chiamavano Lisa e Pina — magrissime, ma capaci di trainare una carretta a quattro ruote caricata con più di quindici quintali di legna. Andava a caricarla in una valle in fondo al paese e poi la portava giù a Botticino, dove aveva parecchi acquirenti.
Quando andavano a caricare la legna in fondo al paese, mio cugino Santo veniva a prendermi a casa (abitavamo vicini) e mi caricava sul carretto a quattro ruote. Insieme al fratello maggiore partivamo alle tre del pomeriggio, e qualche volta, quando suonava la campana dell’Ave Maria, eravamo ancora a metà strada sulla via del ritorno.
Seduti sulla catasta di legna, Santo mi raccontava storie di fantasmi e di briganti. Io facevo finta di nulla, ma avevo una fifa tremenda: le ombre delle piante illuminate dalla luna sembravano file di spettri con grandi braccia aperte, pronte a ghermirmi.
Due storie in particolare mi sono rimaste impresse: due racconti che narravano i vecchi carrettieri e i boscaioli di San Gallo, che vale la pena di fissare sulla carta.
Una sera di novembre, Bortolo saliva lungo la strada tortuosa con il suo carretto. Era buio e non si vedeva a un palmo dal naso; la lucerna appesa alle stanghe del carro dondolava, e le piante sembravano fantasmi giganteschi che si muovevano, quasi volessero fermare il mulo.
Bortolo era abituato a rientrare a casa dopo il suono dell’Ave Maria, ma quella sera, seduto sul carretto, sussultava a ogni inciampo dell’animale. In verità non aveva tutti i torti, perché al suo amico Santo, due notti prima, era successa una cosa strana.
Saliva da Botticino Sera e, superata la cascina Falia, passando vicino a una casa diroccata chiamata “Sciopetèr”, si era trovato il sentiero sbarrato da quattro uomini vestiti di bianco, accanto a un carretto carico di tronchi.
Uno di loro gli si era avvicinato e, bruscamente, gli aveva chiesto:
— Quanto pesano questi pali? —
E lui, tutto impaurito, aveva risposto:
— Non me ne intendo! —
Poi era fuggito di corsa. Arrivò a casa alle due di notte che tremava come una foglia, e solo il giorno dopo raccontò l’accaduto ai familiari.
Mentre Bortolo meditava su quella strana storia, all’improvviso il mulo si fermò di colpo.
— Vai! — gridò. — Vai! —
Ma l’animale non si muoveva, come se gridasse al muro.
In quel momento, vide seduta accanto alla strada una ragazza vestita di bianco che tremava dal freddo.
— Per piacere — disse con un filo di voce che pareva venisse da un altro mondo — mi dareste un passaggio? Abito in fondo al paese.
— Sali pure — rispose Bortolo.
Appena salita sul carretto, il mulo partì senza bisogno di comandi. La ragazza tremava dal freddo, e Bortolo le coprì le spalle con la sua giacca.
Arrivati in fondo al paese, il mulo si fermò di nuovo, senza che lui gli dicesse nulla.
— Io sono arrivata, grazie — disse la ragazza, scese dal carretto… e scomparve.
Bortolo tornò a casa, ma la mattina dopo si accorse che la sua giacca non c’era: l’aveva lasciata sulle spalle della ragazza. Allora ritornò alla casa in fondo al paese, bussò, e gli aprì una donna anziana, di circa ottant’anni.
— Mi scusi se la disturbo — disse — sono venuto a riprendere la mia giacca. L’ho lasciata a vostra figlia, che ho accompagnato a casa stanotte perché aveva freddo.
— Guardi che mia figlia è morta da più di vent’anni — rispose la donna.
Bortolo tornò a casa preoccupato, e verso sera, dopo aver foraggiato le mucche, decise di andare al cimitero.
Sulla lapide, con la fotografia della ragazza che aveva accompagnato la notte prima… c’era la sua giacca.
Dopo questa seconda storia, vale la pena di spendere due parole sull’uso del filo di ferro (o d’acciaio) per far scendere dalla cima del monte a valle i carichi di legna che pesavano dagli ottanta ai cento chilogrammi.
Questo filo fu introdotto a San Gallo agli inizi dell’Ottocento: aveva un diametro di circa undici millimetri, era di ferro duro, e la sua lunghezza variava dai trecento ai cinquecento metri, con una pendenza del 50 per cento.
Facevano scendere la legna con ganci di legno ben stagionato; più tardi vennero introdotte delle carrucole (le sarèle), specialmente quando il filo scorreva quasi orizzontalmente sopra la valle. Sul versante est del Monte Maddalena, negli anni Cinquanta, se ne contavano ancora quindici; poi, con l’avvento delle teleferiche moderne, ne rimasero solo tre.
Per chi volesse farsi una cultura, basta recarsi a San Gallo, sopra la cascina detta dei Basciani: sopra quella cascina esiste ancora un filo di ferro, dove si può fare una dimostrazione pratica a scopo culturale-didattico.
Ma com’era l’alimentazione, e soprattutto, come si nutriva la gente a quei tempi?
Negli anni Venti, Trenta e Quaranta — anni difficili per tutti, anche a San Gallo — nessuno è mai morto di fame: tutti si aiutavano a vicenda.
Risorse economiche? Tutti avevano un pezzo di terra coltivata a vite, o seminata a grano, o a prato, per chi possedeva mucche. Quasi tutti avevano una mucca, una o due pecore e un maiale, e così il vitto era assicurato per buona parte dell’anno.
Con la coltivazione della vite, il vino non mancava mai; e spesso, con i fondi e le raspe, si faceva la grappa di nascosto.
Per mancanza di denaro, spesso si scambiavano i prodotti: dal fieno alla legna, dal salame al burro, dalla farina al vino, dalla carne al formaggio. I prezzi venivano stabiliti di comune accordo, da paese a paese.
Ad esempio, un quintale di legna valeva un tot di fieno; un salame, un tot di burro; una damigiana di vino, un tot di farina. Gli accordi di questi scambi si facevano sul sagrato della chiesa, la domenica mattina dopo la messa delle cinque.
Ricordo che nel 1946, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, in Italia era molto acceso il dibattito politico. Si tenne anche il referendum istituzionale, perché gli italiani dovevano scegliere tra monarchia e repubblica.
Il clero, cioè la Chiesa in generale, tendeva a sostenere la monarchia, e così avveniva anche a San Gallo. Le omelie e le parole del parroco, infatti, cercavano di indicare alla gente a votare per il re.
Naturalmente c’era anche un po’ di malcontento da parte di qualcuno. Alcuni giovanotti, per scherzo o per protesta, costruirono un banchetto — o meglio un piccolo altare — sul bordo della strada, sotto le scuole elementari. Sopra misero la foto del re, qualche candela e altri oggetti.
Dentro il quadro e in qualche altro oggetto disposero di nascosto un po’ di polvere che si usava al “medol” in cava , con una miccia.
Quando le donne uscirono dalla messa, passando di lì e chiacchierando tra loro, i giovanotti innescarono la miccia e si allontanarono , facendo saltare in aria la fotografia del re.
Fu un gesto simbolico, non pericoloso: a quei tempi, infatti, tutti sapevano maneggiare la polvere che si usava nelle cave.
L’esplosione provocò un grande spavento tra le donne e molte chiacchiere in paese: si andava dicendo che “avevano fatto saltare per aria il re”!
È sicuramente un fatto curioso che ricordo bene...
Poi, fortunatamente, il 2 giugno del 1946 la Repubblica venne scelta a maggioranza dagli italiani — e il resto della storia lo conosciamo.
Sotto il paese c’era un fienile e una stalla: luogo ideale per una macelleria clandestina.
Quando una mucca aveva raggiunto la veneranda età di sedici anni o non faceva più latte, al mattino presto — prima dell’alba — la portavano di nascosto davanti a quella stalla.
Chiamavano Battista, il norcino del paese: lui la sgozzava, e con l’aiuto di alcuni uomini la attaccavano con delle carrucole a una pianta di gelso e la scuoiavano.
In un baleno, “Radio Scarpa” diffondeva la notizia, e la gente del paese andava da Battista a prendere la carne a buon mercato: chi comprava la parte buona, chi la testa, chi le gambe, secondo le possibilità economiche o in cambio di legna, burro o salame — visto che il norcino era anche l’oste del paese!
Come dicevo, Battista era il norcino di San Gallo; nei mesi di dicembre e gennaio era impegnato a macellare i maiali presso le famiglie che lo prenotavano due mesi prima.
Era molto meticoloso nel tagliare, salare e macinare la carne per insaccarla e fare salami, cotechini e pancette, molto apprezzati anche nei paesi di Botticino, Nave e Caino.
La sua giornata iniziava alle sei del mattino e finiva alle dieci di sera. Tutti erano sotto i suoi ordini: donne, uomini e ragazzi. Erano giorni di allegria, e spesso, quando si legavano i salami, si cantava tutti in coro vecchie canzoni.
Ricordo ancora i titoli di alcune: Il Bergamino, Cosa fà le sete spüzine, Testa bassa, O Signor che dal tetto natìo, e tante altre che conservo ancora gelosamente!
La notte poi si dormiva poco, a causa della pancia troppo piena, e il tutto si risolveva con una solenne dissenteria.
La coltivazione della vite, in quegli anni, era praticata da tutti coloro che avevano un appezzamento di terra in collina.
Già alla fine di ottobre, dopo la vendemmia, si iniziava a scavare i solchi lungo i filari per coprire di terra la base delle viti.
Nel mese di marzo, nei vigneti si sentiva il tac-tac delle forbici che tagliavano i tralci, i suoni dei campanacci delle mandrie che uscivano per la prima volta dalle stalle e i colpi dei parascarpe di ferro dei vangatori che dissodavano la terra per esporla alle prime piogge primaverili.
Noi ragazzi sentivamo tutto questo nell’aria: sentivamo che si avvicinava la Pasqua.
Bruciata la vecchia (zòbia màta), dopo una decina di giorni le case cambiavano aspetto: bucati stesi al sole, paioli di rame (stegnadèi) lucidi e messi in fila nel cortile a far bella mostra.
Si aprivano le porte delle stalle, e l’aria si riempiva dell’odore del letame misto al profumo di viole.
Anche la gente cambiava aspetto: tutti sembravano più allegri; le donne sfoggiavano grembiuli variopinti, e le più civettuole si mettevano qualche viola nei capelli.
Avevamo abbandonato in un angolo del portico le nostre calzature (sòcoi), che ci avevano accompagnato per tutto l’inverno, e camminavamo per la strada e nei boschi a piedi nudi.
Ed ecco la festa delle Palme!
La chiesa era tutta un fruscio di rami d’ulivo; le donne più anziane entravano in chiesa con fascine che, una volta benedette, sarebbero servite per bruciare durante i temporali estivi, quando minacciava la grandine.
Finalmente, il giorno dopo, iniziava la Settimana Santa.
Le funzioni si tenevano alle cinque del mattino: sonno, sbadigli… ma bisognava alzarsi e andare a Messa.
Il Giovedì Santo si legavano le campane, e ai più ingenui di noi veniva consegnato un mazzetto di vimini (stroppi) da portare al campanaro perché legasse bene le corde delle campane.
Gesù veniva riposto nel sepolcro situato davanti all’altare dedicato a San Gallo. Durante la giornata, le donne portavano fiori e vasi di frumento appena sbocciato (seminato quaranta giorni prima e tenuto in cantina).
Per noi ragazzi era un giorno di festa: si partiva in comitiva a pulire le catene dei caminetti (sgòrà le cadene), trascinandole lungo i viottoli e le mulattiere. Questo lavoro ci fruttava qualche centesimo, che serviva per acquistare un piccolo uovo di Pasqua.
Chi vegliava il sepolcro erano le donne, che a gruppi di due o tre si alternavano dall’alba al tramonto fino al mattino del Sabato Santo.
La funzione del Venerdì Santo iniziava alle cinque del mattino con il suono delle baciacòle e dei grì. Poi cominciavano i mattutini delle tenebre: venivano letti i salmi e, alla fine di ogni salmo, si spegnevano due candele.
Finita la lettura dell’ultimo salmo e spente le ultime due candele, la chiesa piombava nel buio.
Allora la gente cominciava a pestare sui banchi con dei sassi portati da casa; e, in mezzo a quel trambusto, certi giovanotti burloni inchiodavano con chiodi e martello le giacche dei presenti ai banchi davanti a loro!
Finita la funzione mattutina, i ragazzi più grandicelli passavano per le case a raccogliere la legna dei tralci di vite per il parroco.
Chi non aveva legna dava qualche uovo, conservando però gelosamente quelli del Venerdì Santo, perché — secondo la tradizione — avevano il potere di tenere lontane le malattie dell’anima e del corpo.
Questa raccolta durava tutto il giorno, ma alle tre del pomeriggio tutti si fermavano: ragazzi, giovani e adulti. Ovunque si trovassero, si inginocchiavano per pregare.
In quell’istante pareva che anche il sole perdesse un po’ della sua luce e del suo calore; gli uccelli cessavano di cantare per qualche istante, e tutta la natura attonita sembrava pervasa da un triste sgomento.
E finalmente, all’alba del Sabato Santo, sul sagrato della chiesa si accendeva un gran fuoco.
Dopo averlo benedetto, il prete iniziava il rito della veglia pasquale.
Al canto del Gloria, venivano sciolte le campane: chi si trovava già al lavoro nei campi, nei boschi o nelle cave di marmo si bagnava gli occhi con l’acqua che aveva a portata di mano.
Secondo un’antica credenza popolare, nel preciso istante in cui le campane suonavano a distesa, tutta l’acqua — delle fontane, delle pozze alpestri e delle sorgenti — era benedetta, e preservava dalle malattie degli occhi chi compiva quel rito.
Facevano eco le campane dei paesi vicini e i campanacci delle mucche, suonati dai mandriani che si trovavano sui pascoli.
L’annuncio era dato: da quel momento Gesù era risorto — da quel momento era Pasqua!
A maggio, quando cominciano a cantare il cuculo e l’usignolo — come diceva mio nonno — “l’erba cresce al volo”.
Infatti, verso l’ultima decade del mese, nei campi all’ombra dei gelsi, i contadini, piantate le piccole incudini, battevano le falci durante le ore più assolate.
Verso sera, scendevano con fasci di fieno sulle spalle per portarli sul fienile.
Mi ricordo che una sera mio nonno arrivò nel cortile, dove le donne stavano sedute a fare la calza (“scarpéta”), con un fascio di fieno sulle spalle.
Mio padre, che stava seduto fuori dall’uscio, gli disse:
— Dove state andando?
Allora lui, accortosi di aver sbagliato strada, rispose:
— A merenda!
Tutti risero di cuore.
Sicuramente i giorni più belli erano quelli d’estate, cioè dai primi di giugno fino ai giorni della vendemmia.
Era l’estate che noi aspettavamo con ansia: potevamo girare in lungo e in largo nei prati, nei boschi — e naturalmente a piedi nudi!
Poche preoccupazioni anche per la dieta, perché nei campi e nei boschi si trovava un po’ di tutto: fichi, pesche, prugne, mele, more, nocciole, cornioli… e nella valle perfino degli squisiti gamberetti che noi mangiavamo vivi.
La scuola era finita, cartella e quaderni erano stati messi da parte; si partiva al pomeriggio e, scesi per il bosco dei castagni, cominciavamo a dare la caccia ai cervi volanti.
Avevano delle corna appuntite che si stringevano a tenaglia — tant’è vero che le sperimentavamo con i cani, attaccandole sotto la coda!
E così, imboccando di corsa un sentiero che passava sotto il bosco di robinie, si arrivava giù nella valle dove scorreva il torrente Rino, che una volta faceva girare la ruota di un vecchio mulino chiamato “l’Ora”.
Nelle fontane create naturalmente dal torrente, l’acqua era fresca; ma noi, tolti i pochi abiti, completamente nudi saltavamo dentro, allegramente, a fare il bagno.
Sicuramente erano i giorni dell’anno in cui l’igiene intima era più curata!
Allora San Gallo era illuminato da soli tre piccoli punti luce:
uno si trovava alla Trinità, uno al centro del paese davanti alla fontana, e l’altro in fondo al paese, prima di imboccare la mulattiera che saliva verso Castello di Serle.
Nelle sere calde d’estate, uomini e giovani si sedevano per terra appoggiandosi al muro delle case e così, sotto una luce tremula che illuminava la povera strada, si vedevano file di uomini stanchi, accovacciati in terra, molti con i capelli bianchi, che raccontavano le loro gesta della passata guerra.
Era sera nella mia contrada:
nonne che filavano pregando piano piano;
il rumore di un carro che si perdeva lontano;
nel brolo i ghiri che volavano di ramo in ramo;
timidi accordi di grilli che salivano dalla valle, coperti dal gracidar delle raganelle;
nel cielo, una virgola di luna contornata da pallide stelle;
dialoghi d’usignoli nelle frasche;
dalla pieve rispondeva la campana;
sussurri di voci presenti e ricordi di voci trapassate, travolte dal vento che cancella quella sera d’estate… per me ormai lontana.
Erano quelle sere in cui, nel cortile della scuola, si sentivano i ragazzi della colonia estiva cantare Giovinezza, Sole che sorgi e altri canti imposti dal regime fascista.
La gente ascoltava in silenzio e gli anziani scuotevano il capo malinconicamente: quasi tutti avevano un fratello, un figlio o un cognato partiti per l’Albania o in Russia a combattere una guerra assurda, voluta da gerarchi avidi di potere e di gloria.
E forse, per sviare questi tristi pensieri, le nonne ci facevano pregare per i poveri morti; poi qualcuna aggiungeva, seriamente:
— Preghiamo anche per quelli che combattono in Africa, che si stanno tirando le palle l’uno con l’altro!
A questa affermazione c’era chi sorrideva per la metafora innocente.
Ogni tanto qualche pipistrello svolazzava intorno alla piccola luce, e c’era chi portava una pertica per abbatterlo. Ma il pipistrello riusciva sempre a sviare i colpi, e così tutti ridevano: anche questo era un divertimento, e allo stesso tempo un modo per nascondere i tristi pensieri.
In estate erano frequenti i temporali.
Mi ricordo che una mattina, verso le undici, scoppiò un forte temporale.
L’aria calda era ferma come l’acqua della pozza vicino al prato, dove d’estate le mucche si abbeveravano al ritorno dai pascoli.
Giù, in fondo alla pianura, si era fatto buio e si sentiva un brontolio sordo, come il grugnito di un orso rabbioso.
Le rondini passavano a volo radente sopra il cortile, l’aria era pesante, cominciava a lampeggiare — pareva quasi che il cielo pigliasse fuoco.
Prima il tuono si sentiva ancora lontano, ma dopo pochi minuti era sopra di noi, e talvolta sembravano colpi di frusta.
Arrivavano le prime raffiche di vento che sbattevano violentemente le imposte, e le piante facevano l’inchino a ogni ventata.
La nonna chiamava a raccolta le sue galline, e dalle colline scendevano a precipizio mucche e vitelli che facevano risuonare i campanacci.
Le donne correvano in fondo all’aia per ritirare in fretta il bucato steso ad asciugare.
Poi cominciavano gli scrosci violenti di pioggia e le gronde straripavano d’acqua: le strade del paese diventavano torrenti, e nella valle si sentivano i rumori dei sassi trascinati dall’acqua torbida.
Sotto il portico, la mia nonna bisbigliava qualche Ave Maria, bruciando nello scaldaletto rami d’ulivo benedetto per scongiurare la grandine.
Alla fine, passato il temporale, ci veniva regalato un meraviglioso arcobaleno, e il nonno, guardandone i colori, esclamava soddisfatto:
— Vedete? Quest’anno faremo un’ottima vendemmia, perché il rosso è più marcato degli altri!
L’estate ci regalava anche la festa del Corpus Domini: la sentivi nel profumo dei fiori, nel cinguettio degli uccelli, ma soprattutto nel suono delle campane, che — suonate a concerto dai vecchi campanari — entravano con prepotenza nelle case, nelle stalle e perfino nelle cantine, dove il vino maturava nelle botti di rovere.
C’era tanta allegria allora nelle case:
le donne si vestivano a festa con corsetti variopinti,
la nonna ravvivava il fuoco sotto il pentolone appeso alla catena, dove bolliva il vecchio gallo — da noi chiamato “la sveglia del paese”.
Il nonno aveva già preparato due fiaschi di vino buono per il pranzo; si era lavato e fatto la barba col rasoio, facendo bollire un pentolino d’acqua per l’occasione.
Poi girava per la casa, con i pantaloni di fustagno, fumando la pipa: ora andava a dare un’occhiata alla stalla, ora scendeva in cantina a controllare i tappi delle damigiane, nel caso fossero saltati per la fermentazione del vino.
Verso l’una del pomeriggio la contrada si animava: uomini, donne e ragazzi si davano da fare per preparare il passaggio della processione col Santissimo.
C’era chi piantava i pali ai lati della strada, chi attaccava le corde del bucato; poi arrivavano le donne con le lenzuola ricamate portate in dote, e le stendevano.
Altri portavano giù dai monti i fiori spontanei che noi chiamavamo “del Corpus Domini”, e chi spargeva petali di rose lungo la strada.
Verso le tre, il suono a concerto delle campane annunciava l’inizio della cerimonia.
Nella piccola chiesa, fumosa di candele e d’incenso, accompagnato dal mugugno dell’organo, il vecchio prete pelato intonava il vespero, e le donne rispondevano con voci poco intonate, in latino storpiato e trascinato come tante ciabatte rotte.
Fuori, sul sagrato, la banda del paese attendeva l’uscita del prete che, ad alta voce, pregava.
Le campane venivano fermate “a bicchiere” (sulle poste) per dare spazio alla banda, che con passo cadenzato e lento intonava il Lauda Sion.
La processione, partita dalla chiesa, arrivava al Finìl de Sèch: lì, nel cortile, veniva improvvisato un piccolo altare adorno di fiori di campo e due candelabri.
Il prete deponeva l’ostensorio col Santissimo e pregava; poi, mentre intonava il Tantum Ergo, lo incensava e impartiva la benedizione solenne.
Si faceva quindi ritorno alla chiesa, accompagnati dalle marce religiose suonate dalla banda.
All’ingresso del tempio, le campane riprendevano a suonare a concerto.
È curioso notare che banda e campane non suonavano mai insieme, perché gli strumenti della banda erano in si bemolle, mentre il concerto delle cinque campane del paese era in sol maggiore: perciò avrebbero creato forti dissonanze… anche alle orecchie dei profani!
Settembre era, per noi ragazzi, il mese più spensierato e divertente.
La giornata era piena, nel vero senso della parola: si partiva al mattino presto conducendo le capre al pascolo nel bosco del comune.
Naturalmente ci perdeviamo a giocare, costruendo casette con i sassi, e intanto le capre, approfittando della nostra distrazione, a volte entravano nel piccolo campo santo dalla parte dove era caduto il muro, a brucare i fiori e l’erba che crescevano sulle tombe dei nostri bisnonni.
Con l’umidità di questo mese cominciavano a spuntare i primi funghi: infatti nei boschi si trovavano gli ovuli, i porcini, le ditole e tante altre specie commestibili. Era una vera festa per noi, perché oltre al divertimento contribuivamo — almeno in minima parte — al sostentamento della famiglia.
Allora i boschi erano puliti dai rovi, proprio per dar modo alle mucche di pascolare.
Salivamo verso il passo di San Vito e, oltrepassato il roccolo gestito dal vecchio uccellatore di Nave — che tutti chiamavano Celato — ci recavamo sul versante ovest del monte Maddalena, nei prati che circondavano le cascine.
Lì si trovavano i migliori porcini.
Verso sera, al ritorno, si passava dal roccolo per vedere se Celato aveva catturato i lucherini, che metteva da parte per noi ragazzi.
Mi ricordo che si pagavano ottanta centesimi l’uno; noi li tenevamo in gabbia come richiamo, e quando avveniva “il passo”, verso i primi giorni di ottobre, li prendevamo con il vischio.
Finalmente arrivava anche il momento della vendemmia.
Le botti erano già allineate nel cortile almeno dieci giorni prima e aspettavano gli ultimi temporali; se non arrivavano, il nonno cominciava a bagnarle con secchi d’acqua, invitando noi ragazzi ad attingere l’acqua alla fontana del paese.
Aleggiava allora nei cortili quell’odore stantio di muffa e di vino vecchio che si confondeva con il profumo degli ultimi due salami appesi alla trave della cantina, conservati gelosamente dalla nonna per il pranzo del giorno della vendemmia.
Arrivato il tanto desiderato giorno, sentivi — ancora prima dell’alba — il rumore del carro che entrava nel cortile.
Caricate le due botti senza fondo, si portavano nel vigneto, seguite da uno stuolo di lavoranti: le
donne con fazzoletti variopinti in testa e le ceste per l’uva, gli uomini con la gerla sulle spalle, seguiti da noi ragazzi, ancora a piedi scalzi.
Il nonno era già nel vigneto e aspettava impaziente l’arrivo del carro per indicare al carrettiere il punto di sosta, che si trovava al limite del campo.
Erano questi i giorni nei quali si mescolavano le più svariate voci.
Erano questi i giorni in cui esplodeva l’allegria in tutto il paese.
Erano questi i giorni in cui le donne intonavano i canti tradizionali ricevuti in eredità dai nostri antenati.
A tutto questo si aggiungeva lo scagnare dei segugi che, stanata la lepre, la inseguivano lungo i pendii delle colline, incitati dalle grida dei cacciatori.
Erano questi i giorni che non sarebbero più tornati.
GRAZIE "VELO"